La valutazione cognitiva in età scolare: riflessioni sull’esperienza in un Servizio di Neuropsichiatria e Riabilitazione per l’Età Evolutiva

Matteo Chiappedi,  Ilaria Maria Carlotta Baschenis,  Serena Maltagliati,  Maurizio Bejor

Questo lavoro ha lo scopo di presentare un tentativo di razionalizzazione dell'approccio alla valutazione cognitiva, attivato presso il nostro Servizio. Nel medesimo tempo, cercheremo di evidenziare alcune caratteristiche dei test da noi utilizzati che ci sembrano particolarmente rilevanti per il lavoro clinico quotidiano.

Cosa sono i test cognitivi?
Definire esattamente cosa sia l'intelligenza è un compito arduo, certamente superiore ai limiti di spazio che costringono questo articolo. Mossi dal desiderio di mantenere il discorso ben ancorato alla pratica, ci limiteremo quindi ad assumere che i test cognitivi, se realizzati e validati con metodiche rigorose, siano in grado di quantificare questa competenza, sulla base di prove che attivano in proporzione variabile, ma sempre in modo coordinato e funzionalmente adattato, diverse abilità specifiche.
È peraltro fondamentale ricordare come i test cognitivi siano nati con il preciso intento di riconoscere quei bambini per i quali era necessario attivare un processo di educazione differenziale: pur se fondati sulle migliori riflessioni e conoscenze disponibili a quell'epoca, infatti, gli strumenti di Binet e Simon erano stati creati per rispondere a questa esigenza pratica. D'altro canto, è da tempo nota la buona correlazione che esiste tra il Quoziente Intellettivo, come misurato ad esempio mediante i classici test di Wechsler, e il risultato scolastico (school/academic achievement degli autori americani). Oggi sappiamo in realtà che questa relazione è più complessa di quanto si potesse ritenere in passato: in particolare, oltre al già noto impatto della psicopatologia sui risultati scolastici, è dimostrato che almeno il 3-4% dei bambini che frequentano la scuola dell'obbligo rischia di fallire nel suo percorso formativo, pur avendo una dotazione cognitiva e un funzionamento psicoaffettivo normale, per il difetto specifico di una o più funzioni strettamente necessarie all'apprendimento all'interno del sistema scolastico attuale (Disturbi Specifici dell'Apprendimento).
Nel tempo, al ruolo di predittore del successo scolastico di un soggetto, si sono affiancati numerosi altri significati attribuiti ai test cognitivi. Limitandoci all'ambito sanitario, in alcuni casi la valutazione del Quoziente Intellettivo costituisce un requisito essenziale per poter sostanziare una diagnosi: nel caso già citato dei Disturbi Specifici dell'Apprendimento, ad esempio, la dimostrazione di una normalità in questo ambito è un criterio diagnostico necessario (ma non sufficiente), nonostante alcune discussioni tuttora in corso in merito alla possibilità di utilizzare il criterio della discrepanza per individuare un disturbo funzionale associato a un funzionamento cognitivo globalmente ridotto. In molte patologie, poi, la dotazione intellettiva rappresenta un fattore prognostico indipendente di assoluta rilevanza: è il caso dei Disturbi Generalizzati dello Sviluppo, ma anche di diversi disturbi psicopatologici.

Il ruolo della valutazione cognitiva in un Servizio di primo livello
Nella realtà clinica di un Servizio di primo livello, sia esso di tipo pubblico o riabilitativo convenzionato, questo ruolo fondamentale della valutazione cognitiva si incontra e scontra con numerose problematiche pratiche. Innanzi tutto, nell'ambito dei bambini che afferiscono al Servizio sono altamente rappresentate popolazioni con caratteristiche tali da rendere difficile l'uso di un unico test per tutte le situazioni particolari. Mi riferisco in particolare a soggetti con disturbi del linguaggio, sul versante della comprensione e/o della produzione, ma anche alla sempre più crescente popolazione dei soggetti migranti (sia di prima che di seconda generazione), che nella maggioranza dei casi non sono capaci di utilizzare correttamente la nostra lingua o comunque la padroneggiano in misura difficilmente quantificabile a priori. A questo si aggiunge il non trascurabile numero di soggetti con disabilità sensoriali, in particolar modo a carico dell'udito e della vista. Infine, soprattutto nei casi di gravi disabilità complesse, la motricità può essere compromessa al punto da rendere impervio - e talora francamente impossibile - un utilizzo finalizzato del materiale che costituisce il test da somministrare.
Accanto a questi dati che riguardano il paziente, per altro, non sono da trascurare gli aspetti relativi al Servizio stesso. La somministrazione di un test richiede infatti teoricamente la disponibilità di uno spazio adeguato per un tempo sufficiente, possibilmente senza interruzioni (specie se brusche o improvvise) ma anzi con una atmosfera per quanto possibile rilassata, tranquilla e quindi facilitante. Non meno importante è poi la preparazione di chi somministra il test, che deve aver chiaro quali caratteristiche del paziente sta cercando di valutare e le modalità per utilizzare correttamente quello strumento per quella precisa finalità.
Infine, è opportuno sottolineare come il dato della valutazione cognitiva sia spesso fondamentale a fini certificativi, in particolare per quantificare secondo una tradizione condivisa almeno una parte delle difficoltà dei bambini in condizioni di handicap definito ex articolo 3 della legge 104/92. Anche se approcci di classificazione più recenti, quali l'ICF-CY, promettono di indurre nel tempo una modifica di questa concezione attraverso la diffusione del modello bio-psico-sociale di comprensione della realtà di salute e malattia, è esperienza comune che la misura del Quoziente Intellettivo è al momento uno dei dati ritenuti più importanti in sede di valutazione per il riconoscimento della condizione di handicap e dei relativi benefici in soggetti in età evolutiva (va sottolineato per altro che a questo riconoscimento da parte delle apposite Commissioni è legata, secondo le attuali normative della Regione Lombardia, anche la concessione del sostegno scolastico).

   
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Matteo Chiappedi

Specialista in Neuropsichiatria infantile e in Psicoterapia a indirizzo psicodinamico, opera presso la Fondazione Don Carlo Gnocchi Onlus – Centro Medico “S. Maria alle Fonti” (Salice Terme – PV) – Unità Operativa Complessa di Riabilitazione. È inoltre assegnista di ricerca presso l’IRCCS “C. Mondino” (PV) – Dipartimento di Clinica Neurologica e Psichiatrica dell’Età Evolutiva (Università degli Studi di Pavia).

mchiappedi@dongnocchi.it

   
 

Ilaria Maria Carlotta Baschenis

Psicologa con formazione specifica nell’ambito dei DSA, opera presso la Fondazione Don Carlo Gnocchi ONLUS – Centro Medico “Santa Maria alle Fonti” (Salice Terme – PV) – Unità Operativa Complessa di Riabilitazione.

ilariamcb@gmail.com

   
 

Serena Maltagliati

Terapista della Neuro e Psicomotricità dell’Età Evolutiva, opera presso la Fondazione Don Carlo Gnocchi ONLUS – Centro Medico “Santa Maria alle Fonti” (Salice Terme – PV) – Unità Operativa Complessa di Riabilitazione.

serenamalta@tele2.it

   
 

Maurizio Bejor

Professore associato di Medicina Fisica e Riabilitazione dell’Università degli Studi di Pavia, è primario della Unità Operativa Complessa di Riabilitazione del Centro Medico “S. Maria alle Fonti” (Salice Terme – PV) – Fondazione Don Carlo Gnocchi Onlus

maurizio.bejor@unipv.it

   
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