Psicologia e processi di progettazione

Bernhard Wilpert

Come già molte volte nel passato, mi trovo di nuovo in una situazione che definisco come “Giona e la balena al contrario”: nel preparare la mia dissertazione su progettazione e psicologia, mi sono reso conto che sono io quello che cerca di inghiottire la balena! Dopotutto, la progettazione è un’attività umana ampiamente diffusa e, naturalmente, la psicologia ha voce in capitolo su qualsiasi impegno umano orientato al raggiungimento di un fine. Se si parte dal presupposto che la progettazione sia un’attività umana “nella quale il prodotto concreto, o una parte di esso, che si trova in fase progettuale, non ha ancora una sua esistenza effettiva, ma si presume che debba averla in futuro” (Pohjala, 2003, pag. 181), allora vi si può includere qualsiasi tipo di pianificazione per il futuro. Perfino la programmazione di una vacanza ricadrebbe entro tale definizione, insieme ad attività di eccezionale importanza, o che hanno comunque un certo rilievo sociale, quali piani urbanistici e infrastrutturali, progettazione architettonica, design di prodotti d’uso comune, arredamento d’interni (strutture, mobilio, accessori), progettazione di motori/design di carrozzerie d’auto, piani di strutture organizzative, creazioni di moda, progettazione e costruzione di complesse centrali nucleari o chimiche.

Esiste un’ampia letteratura riguardante l’estetica della progettazione: pensate solo alle numerose pubblicazioni di esponenti del movimento del Bauhaus
e del suo epigono negli Stati Uniti, cioè il Black Mountain College. Anche la psicologia si è occupata in passato dell’argomento. Nelle sue dissertazioni di Berlino del 1912 Hugo Münsterberg (Münsterberg, 1913) fa menzione, in una delle parti finali, dell’esposizione delle merci nelle vetrine dei negozi, considerandole da un punto di vista progettuale. La psicologia generale e, più specificamente, la psicologia del pensiero, ne seguì le orme nei primi anni Venti, sviluppando le cosiddette “regole di costruzione”, quali quelle di “avere un atteggiamento critico”, di “attenersi a soluzioni collaudate” e “andar cauti con soluzioni troppo semplicistiche” (Meyer, 1926). Di lì a poco, inoltre, si incontrerà la psicologia della Gestalt,
con il suo importante contributo in rapporto alle componenti creative della progettazione. Esistono, ovviamente, altri settori che si potrebbero includere in una disamina generale del concetto di progettazione: per esempio, la pianificazione urbanistica, l’ideazione di reti di trasporto e la progettazione di servizi sanitari.

Dovrebbe risultare evidente da questo breve elenco l’impossibilità di trattare tutti questi aspetti dell’argomento in un unico articolo, se non addirittura in un unico libro. Ragion per cui si impone l’esigenza di un’autolimitazione. Il principio di base di qualsiasi tipo di progettazione è quello di perseguire una strategia in grado di garantire che il prodotto finale corrisponda alle aspettative del fruitore in termini di utilizzo, funzionalità e conoscenze che gliene consentano l’uso. Questo articolo si limita a spiegare la problematica dell’argomento in rapporto a tre dei suoi aspetti più importanti, distinti ma reciprocamente interconnessi:



  • la progettazione di sistemi sociotecnologici altamente complessi, ad elevato potenziale di rischio;

  • i processi di progettazione di gruppo di oggetti d’uso comune;

  • gli aspetti tecnici della progettazione e della creatività nell’individuazione/risoluzione di problemi.


   
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Bernhard Wilpert

Professore Emerito al Dipartimento di Psicologia del lavoro e dell’organizzazione della Technische Universität di Berlino. Dal 1990 dirige il Centro di Ricerca sui Sistemi di Sicurezza presso l’Istituto di Psicologia e Scienze ergonomiche della stessa università

bernhard.wilpert@tu-berlin.de

   
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