Psicologia e processi di progettazione


Bernhard Wilpert

Professore Emerito al Dipartimento di Psicologia del lavoro e dell’organizzazione della Technische Universität di Berlino. Dal 1990 dirige il Centro di Ricerca sui Sistemi di Sicurezza presso l’Istituto di Psicologia e Scienze ergonomiche della stessa università

bernhard.wilpert@tu-berlin.de

Come già molte volte nel passato, mi trovo di nuovo in una situazione che definisco come “Giona e la balena al contrario”: nel preparare la mia dissertazione su progettazione e psicologia, mi sono reso conto che sono io quello che cerca di inghiottire la balena! Dopotutto, la progettazione è un’attività umana ampiamente diffusa e, naturalmente, la psicologia ha voce in capitolo su qualsiasi impegno umano orientato al raggiungimento di un fine. Se si parte dal presupposto che la progettazione sia un’attività umana “nella quale il prodotto concreto, o una parte di esso, che si trova in fase progettuale, non ha ancora una sua esistenza effettiva, ma si presume che debba averla in futuro” (Pohjala, 2003, pag. 181), allora vi si può includere qualsiasi tipo di pianificazione per il futuro. Perfino la programmazione di una vacanza ricadrebbe entro tale definizione, insieme ad attività di eccezionale importanza, o che hanno comunque un certo rilievo sociale, quali piani urbanistici e infrastrutturali, progettazione architettonica, design di prodotti d’uso comune, arredamento d’interni (strutture, mobilio, accessori), progettazione di motori/design di carrozzerie d’auto, piani di strutture organizzative, creazioni di moda, progettazione e costruzione di complesse centrali nucleari o chimiche.

Esiste un’ampia letteratura riguardante l’estetica della progettazione: pensate solo alle numerose pubblicazioni di esponenti del movimento del Bauhaus
e del suo epigono negli Stati Uniti, cioè il Black Mountain College. Anche la psicologia si è occupata in passato dell’argomento. Nelle sue dissertazioni di Berlino del 1912 Hugo Münsterberg (Münsterberg, 1913) fa menzione, in una delle parti finali, dell’esposizione delle merci nelle vetrine dei negozi, considerandole da un punto di vista progettuale. La psicologia generale e, più specificamente, la psicologia del pensiero, ne seguì le orme nei primi anni Venti, sviluppando le cosiddette “regole di costruzione”, quali quelle di “avere un atteggiamento critico”, di “attenersi a soluzioni collaudate” e “andar cauti con soluzioni troppo semplicistiche” (Meyer, 1926). Di lì a poco, inoltre, si incontrerà la psicologia della Gestalt,
con il suo importante contributo in rapporto alle componenti creative della progettazione. Esistono, ovviamente, altri settori che si potrebbero includere in una disamina generale del concetto di progettazione: per esempio, la pianificazione urbanistica, l’ideazione di reti di trasporto e la progettazione di servizi sanitari.

Dovrebbe risultare evidente da questo breve elenco l’impossibilità di trattare tutti questi aspetti dell’argomento in un unico articolo, se non addirittura in un unico libro. Ragion per cui si impone l’esigenza di un’autolimitazione. Il principio di base di qualsiasi tipo di progettazione è quello di perseguire una strategia in grado di garantire che il prodotto finale corrisponda alle aspettative del fruitore in termini di utilizzo, funzionalità e conoscenze che gliene consentano l’uso. Questo articolo si limita a spiegare la problematica dell’argomento in rapporto a tre dei suoi aspetti più importanti, distinti ma reciprocamente interconnessi:



  • la progettazione di sistemi sociotecnologici altamente complessi, ad elevato potenziale di rischio;

  • i processi di progettazione di gruppo di oggetti d’uso comune;

  • gli aspetti tecnici della progettazione e della creatività nell’individuazione/risoluzione di problemi.



Progettare per la sicurezza: progettazione di sistemi complessi ad alto rischio

Nella seconda metà del XX secolo il numero e la complessità di impianti industriali di grandi dimensioni si ampliò ad un ritmo fino ad allora sconosciuto (Hughes, 1987; La Porte, 1996). Insieme allo sviluppo e alla diffusione di tali strutture si verificò un aumento del potenziale di rischio sia per le persone che per l’ambiente. Quali esempi si possono citare gli impianti industriali petrolchimici, l’aviazione civile e militare, le reti ferroviarie e l’industria spaziale, le centrali di produzione di energia nucleare (in specifico, cioè, quelle installazioni collocate in ambienti fisicamente estremi, entro i quali la concentrazione di alta energia o di sostanze tossiche necessita d’essere tenuta sotto controllo, onde evitare conseguenze catastrofiche). La configurazione di tali strutture è caratterizzata dalla partecipazione di una molteplice serie di agenti, da elevati livelli di complessità, da subsistemi strettamente interconnessi e da metodi produttivi – con concomitante carico di problemi di scarsa trasparenza e di controllo – in condizioni alquanto rischiose. L’analisi accurata di qualsiasi grave incidente industriale – che si tratti di quello di Three Mile Island1, di quello di Chernobyl2, di quello del Challenger3, della collisione dei due Jumbo sulla striscia ausiliaria d’atterraggio dell’aeroporto di Tenerife4, del disastro ferroviario di Eschede5– dimostra invariabilmente che non è mai il difetto di un singolo componente, oppure un singolo errore umano, a infrangere le barriere di contenimento predisposte contro le concentrazioni d’alta energia o di sostanze tossiche. Del resto, è la spesso incompresa o sottovalutata interazione tra fattori dipendenti da vari livelli del sistema quella che finirà per “provocare” incidenti: difetti a livello tecnico (cioè di un componente), erronea azione individuale (cioè di un operatore), inadeguata interazione fra membri di un gruppo di lavoro, disfunzioni nei rapporti interni all’organizzazione o in quelli con l’ambiente esterno ad essa.

La sicurezza all’interno di strutture lavorative era stata, fin dai suoi esordi, una delle priorità della psicologia applicata (Münsterberg, 1913). Comunque, essa era orientata principalmente sulla sicurezza individuale del lavoratore in rapporto alla sua specifica collocazione sul luogo di lavoro. Il “fattore umano”, nella tradizione dell’ergonomia e della sicurezza sul lavoro, era considerato in rapporto alle singole specificità dell’immediata interfaccia uomo-macchina, atte a consentire la correttezza e la sicurezza delle operazioni. Gli sviluppi più recenti della teoria e dell’applicazione pratica dei principi di salvaguardia della sicurezza, della salute e dell’ambiente sono orientati verso una concezione più olistica, che prende in considerazione il sistema organizzativo nella sua interezza (Hovden, 1998). Sistemi ad alto rischio su larga scala stanno lanciando, comunque, nuove sfide alla psicologia in termini di teoria, analisi metodologica, interventi concreti orientati alla salvaguardia della sicurezza. La sicurezza e l’affidabilità di sistemi complessi dipendono dalla capacità di evitare errori e da un controllo efficace sui processi di produzione e sul prodotto finito. Dall’analisi di incidenti di vasta portata abbiamo appreso che l’azione umana ricopre sempre un ruolo determinante, sia nel provocare incidenti che nel ridurne le conseguenze.


1 1979, centrale nucleare di Middletown, Pennsylvania, USA: incidente dovuto alla combinazione di errori umani, difetti di progettazione e avarie di componenti. Si veda anche www.threemileisland.org(NdR).

2 1986, centrale nucleare vicino a Kiev, Ucraina. Fra i vari siti web su l’incidente, le conseguenze e l’oggi di Chernobyl, citiamo: www.greenpeace.it/cernobyl, www.chernobyl.info, www.iaea.org/NewsCenter/Focus/Chernobyl(NdR).

3 1986, disintegrazione di navicella USA nello spazio: vittime i 7 astronauti (NdT).

4 1977: 583 vittime (NdT).

5 1967, Germania: il peggior disastro mondiale nella storia dei treni ad alta velocità (NdT).




La Psicologia del Lavoro e dell’Organizzazione ha a lungo trascurato di concentrare l’attenzione sul ruolo giocato dall’uomo nella salvaguardia della sicurezza di impianti sociotecnologici altamente complessi. Uno dei motivi potrebbe essere ricercato nella propensione della psicologia per la dimensione organismica individuale, a detrimento di quella concernente l’interazione dell’uomo con “il mondo delle cose” (Graumann, 1974). Il fulcro d’attenzione della psicologia era costituito dai rischi professionali e dagli incidenti individuali occorrenti sulle singole postazioni di lavoro, in quanto influenzati da costrutti individuali quali motivazioni, percezioni, attitudini, processi decisionali (Fahlbruch e Wilpert, 1999). “Il mondo delle cose” – ovvero gli elementi materiali del nostro mondo, le tecnologie complesse e gli impianti tecnologici su vasta scala – era percepito come pertinenza degli ingegneri, tradizionalmente propensi a concentrare l’attenzione su guasti o inadeguatezze dei singoli componenti. Comunque, né l’orientamento diretto esclusivamente al singolo individuo o alla postazione sul luogo di lavoro né l’attenzione circoscritta ai singoli componenti tecnici aiutano ad arrivare a un’adeguata comprensione della genesi del crollo di un sistema. Si parla qui di sicurezza degli impianti piuttosto che di sicurezza sul lavoro. Recenti correnti di pensiero, tuttavia, tendono a collocare i problemi psicologici su un piano organicamente più elevato; si parla, cioè, di cultura della sicurezza (Fahlbruch e Wilpert, 1999), di clima di sicurezza (Zohar, 2003) e di comprensione delle esigenze della collettività (Roberts e Weick, 1993). Penso ottimisticamente che sia possibile trovare una via per riuscire a trattare in modo più adeguato le questioni concernenti i sistemi su vasta scala.

Il problema non è di quelli che riguardano unicamente il mondo scientifico. È anche profondamente radicato in quella che è la percezione, da parte della società, della psicologia e delle scienze sociali. Una volta chiesi al direttore generale di una centrale d’energia nucleare: “Perché non si serve dell’opera di psicologi all’interno del suo impianto?”. La sua risposta fu una controdomanda: “Cosa mi suggerisce? Dovrei forse far collocare qui dentro dei divani, da usare per sedute di psicoterapia per il nostro personale?”. A prescindere dalla sua scarsa comprensione del carattere di prevenzione e profilassi, piuttosto che di cura, della Psicologia del Lavoro e dell’organizzazione, quel direttore aveva anche una cognizione erronea dell’impianto del quale era responsabile. Apparve chiaro dal seguito della nostra conversazione.


IO – Chi è che progetta, costruisce e provvede alla manutenzione della centrale?

LUI – Degli ingegneri.

IO – Chi è che ne cura la gestione?

LUI – Degli ingegneri.

IO – Questi ingegneri, sono esseri umani?

LUI – Certo! Cos’altro dovrebbero essere?

IO – Pensa che gli esseri umani possano commettere errori?

LUI – Certo! Chiunque può commettere errori.

IO – Allora, è possibile che anche degli ingegneri commettano degli errori?

LUI – ... (lungo silenzio) ...


In conclusione: gli ingegneri progettisti possono anch’essi, di fatto, commettere errori nei loro progetti. Può trattarsi di errori nella progettazione di un singolo componente o di un intero sistema, ovvero nell’errata pianificazione della concatenazione fra vari componenti entro una complessa disposizione funzionale. A questo punto ci si domanda in cosa consista un errore più o meno grave di progettazione. Siamo soliti definire l’errore umano come un’azione che non raggiunge il suo scopo. In analogia con l’errore umano in generale, si può definire un errore di progettazione come “caratteristica di un progetto che non lo rende adeguato alle specifiche prestazioni per cui è stato ideato”. Oppure, in termini più pratici, si parla di errore di progettazione “nel caso in cui i piani dei processi operativi vengano cambiati, dopo che si è verificato un incidente” (Taylor, 2003). Notate che qui il termine “incidente” non è inteso come puro e semplice “infortunio” ma ha un’accezione più generale che può comprendere anche una turbolenza, il cedimento di un componente, un incidente sfiorato e un incidente vero e proprio, cioè qualsiasi alterazione non pianificata del sistema (le “sorprese”; Koorneef, 2000).

Ci piacerebbe molto pensare che gli errori di progettazione di sistemi tecnologici su vasta scala non avessero alcuna conseguenza sull’affidabilità e sulla sicurezza del loro funzionamento. Purtroppo non è così: le conseguenze ci sono eccome, deducibili, ahimè, da elementi probanti, per il momento alquanto limitati. Ricerche provenienti dall’industria nucleare e chimica mettono in evidenza che una percentuale tra il 20 e il 50% degli incidenti è connessa ad errori di progettazione. La percentuale reale è probabilmente molto più alta, in quanto gli errori di progettazione vengono spesso corretti prima che contribuiscano a provocare un incidente. Inoltre, grazie ai sistemi di sicurezza inclusi come parte essenziale del progetto iniziale di qualsiasi impianto ad alto rischio (cioè svariate barriere difensive installate in successione contro possibili cedimenti/avarie), un singolo errore progettuale difficilmente potrà essere l’unica causa scatenante di un incidente.

La correzione di un errore progettuale in seguito a un incidente può consistere sia in una modifica di programmazione dei processi operativi che nell’installazione di un’ulteriore barriera. Entrambi i metodi sono delle aggiunte al sistema originale, derivanti dall’esperienza operativa “sul campo”: in altre parole, si tratta di riscontri retroattivi degli errori sui controlli di sicurezza, ampiamente riconosciuti come proficue strategie di ottimizzazione della sicurezza di un sistema. Se le cose fossero ben fatte fin dall’inizio, cioè con una corretta progettazione originale del sistema, si potrebbe invece ricorrere al metodo del riscontro previsionale sui controlli di sicurezza (Rasmussen, 1991a). D’altronde, è pressoché quasi impossibile far tutto bene fin dall’inizio! Il motivo principale consiste nell’altamente improbabile capacità di prevedere, con assoluta certezza, la quantità infinita dei possibili problemi insiti in un sistema complesso. Inoltre, il grado di fallibilità umana aumenterebbe, se si partisse dal presupposto che “tutti gli eventi possibili sono stati previsti e le adeguate misure adottate”, perché un simile presupposto indurrebbe ad un senso di sicurezza che potrebbe rivelarsi fatale in caso di grave incidente (Trimpop, 1994). La sfida per la psicologia consiste dunque nel concentrare l’attenzione sul processo di progettazione stesso. Cosa accade durante l’elaborazione di un progetto? E come è possibile, se non eliminare del tutto, almeno ridurre al minimo il potenziale di errore umano da parte dei progettisti?

Quanto esposto qui di seguito è un primo tentativo di trovare risposta a questi interrogativi.


Processi di progettazione di gruppo di oggetti d'uso comune

Chiunque abbia acquistato un nuovo videoregistratore ha senz'altro sperimentato quell'ubiquitario senso di frustrazione che si prova al momento di mettere in funzione il dannatissimo congegno. Lo sbalorditivo apparato di manopole e pulsanti e l'incomprensibilità delle istruzioni vi fanno impazzire. Lo stesso accade con un qualsiasi nuovo apparecchio di telefonia fissa. O con quel minuscolo e grazioso apparecchio fotografico digitale che avete appena comprato. O con le istruzioni per l'uso della radio in dotazione a un'auto presa a nolo. Per non parlare dei disperati tentativi di far funzionare la suoneria della sveglia di un altrimenti apprezzabile orologio da polso! Dapprima uno è portato a pensare che si tratti di una propria personale inadeguatezza a rapportarsi con nuovi congegni tecnologici, impressione rafforzata dal fatto che i nostri ragazzini mostrano di aver pochi problemi, se non nessuno, a maneggiare questi nuovi gingilli.
Comunque, l'osservazione occasionale delle difficoltà generalmente incontrate dalla “vecchia guardia” alle prese con i propri gingilli prova che tali difficoltà non sono unicamente personali. La lettura dello straordinario libro di Donald A. Norman, La caffettiera del masochista. Psicologia degli oggetti d'uso comune(1988), nel quale l'Autore illustra, con verve affascinante, un'ampia serie di errori di progettazione, è una pronta riprova del fatto che ci troviamo in presenza di un grave problema generale: il problema della psicopatologia della progettazione.

Alla base del problema è la frequente discrepanza tra il modello concettuale – di un oggetto d’uso comune – proprio del progettista e quello dello stesso oggetto proprio dell’utente finale. La più elevata preparazione tecnica del progettista può indurlo a sopravvalutare il livello di conoscenza tecnica del previsto destinatario e quindi il progetto (nel quale è compreso anche il manuale di istruzioni) rischia di non fornire al detto destinatario gli agganci necessari per costruirsi un modello concettuale adeguato, cioè un modello uguale a quello del progettista: “Il progettista deve assicurarsi che il sistema progettato dia di sé un’immagine congrua” (Norman, 1988). La riduzione della complessità d’impegno nell’uso di un sistema e la dotazione, entro il sistema stesso, di vincoli che consentano al fruitore solo (corrette) azioni specifiche mirate alle prestazioni previste (Gibson, 1997) costituiscono principi basilari della progettazione.

Norman (1988) tratta principalmente la psicopatologia della progettazione di apparecchi d’uso comune relativamente semplici. La progettazione di tali apparecchi è solitamente seguita da una sola persona. Invece, altre strutture funzionali più complesse (per esempio: automobili, frigoriferi, abitazioni) sono di solito progettate in gruppo con l’aiuto di sofisticati metodi di assistenza computerizzata: reti d’informazione locali, sistemi di progettazione assistita da computer (CAD), programmi di simulazione e di determinazione di calcolo, banche di dati e di metodi (Mackensen, 1997). Come dimostrano alcuni risultati di recenti ricerche di un gruppo di studio interdisciplinare della Technische Universität di Berlino, le moderne tecnologie di informazione e di comunicazione hanno drasticamente modificato la natura del processo di progettazione. Esso dipende adesso dal modo in cui possono essere usati i canali di informazione e di comunicazione nell’immediato contesto di utilizzo interno ed esterno dell’impresa. La differenza essenziale di tale processo, rispetto alle modalità di progettazione più tradizionali, consiste nell’essere condizionato dalle tecnologie dell’informazione (IT) attraverso le prontamente reperibili e accessibili basi di conoscenza dei sistemi di supporto.


Alcuni autori hanno pertanto elaborato una definizione abbastanza chiara della progettazione, ispirata alla modulazione d’ampiezza, e descritta come “processo sociale, o meglio ancora collettivo, cooperazionale, organizzato e facilitato dai mezzi di comunicazione che, attraverso l’intensificazione di comunicazione e interazione, prepara il terreno a una progressiva coincidenza d’intenti, all’impostazione di decisioni – e alla loro messa in atto – che condurrà, o si presume che debba condurre, alla creazione di prodotti concreti” (Mackensen et al., 1997, pag. 34). Si parla qui della ricerca di adeguate soluzioni progettuali, in condizioni di processo decisionale ripartito, per le quali è necessario accorpare competenze diverse, impostazioni disciplinari diverse e diversi modelli di riferimento entro contesti di lavoro cooperazionale (Rasmussen, 1991b).

Tali processi di progettazione non seguono un percorso lineare ma si possono descrivere solo in termini di sequenza complessa di vari stadi o fasi. Come esempio di attuazione pratica di questo teorema delle fasi, prendiamo in considerazione le varie accezioni del concetto di sicurezza intrinseca che, ancora una volta, collega il processo di progettazione alle questioni inerenti alla sicurezza, già trattate nella prima parte di questo articolo. Il concetto di sicurezza intrinseca si riferisce qui ai “rischi attinenti a: sicurezza del processo produttivo (incendi, esplosioni, fughe, ecc.); effetti rilevanti sull’igiene e la sicurezza del lavoro; effetti rilevanti sulla salute pubblica (o danni) ed ogni altro tipo di rischio derivante da un evento accidentale improvviso” (Zwetsloot e Ashford, 2003, pag. 222). Gli Autori identificano cinque fasi diverse, comprendenti ciascuna diverse sottofasi:



  • lavoro d’impostazione e acquisizione d’impegno d’assunzione a fermo (avviamento, progetto iniziale, verifica dei requisiti di sicurezza, processo di selezione dei candidati);

  • identificazione delle opzioni intrinsecamente più sicure (verifica funzionale, identificazione dei problemi di ricerca, brainstorming, processo di ricerca di opzioni, identificazione delle opzioni più sicure, sviluppo di un coerente insieme di cambiamenti di sistema, studio di fattibilità, impegno del gruppo di progetto, suggerimenti alla dirigenza);

  • realizzazione (processo decisionale, impostazione della realizzazione, realizzazione di fatto;

  • monitoraggio e valutazione della realizzazione;

  • valutazione del caso nel suo insieme.


Abbondano, nella letteratura sulla progettistica, diversi modelli orientativi di fasi che stabiliscono ordini diversi delle fasi di un progetto, con una variazione numerica da 3 a 18 (Schupp, 2003). All’atto pratico, l’ordine d’elencazione di tali fasi è solitamente stabilito dall’impresa committente, in modo che a momenti diversi della progettazione di un prodotto si possano far coincidere azioni specifiche (di valutazione o di controllo). Nello stesso tempo questa sbalorditiva molteplicità di definizioni dei vari stadi o fasi mette in chiaro due cose. Prima: quale ordine seguiranno le varie fasi dipenderà dal tipo di prodotto o di processo progettuale e dal tipo di struttura della società/industria committente. In secondo luogo, il processo di progettazione vero e proprio – cioè quel che realmente accade nel corso della progettazione di un prodotto – è a tutt’oggi insufficientemente compreso. In particolare, è necessario partire dal presupposto che le diverse fasi non siano successive l’una all’altra secondo un preciso schema consequenziale; è invece probabile che si verifichino interazioni e anelli di retroazione, se non addirittura mutamenti totali di strategia, rendendo in tal modo il processo di progettazione molto complesso.

In ogni modo, a prescindere da indispensabili esigenze di ricerca, un dato di fatto emerge con evidenza dall’esempio illustrativo di elenco di fasi progettuali sopra-indicato: l’esigenza del contributo della Psicologia in ciascuna delle fasi. Ciò di cui si avverte il fabbisogno è l’immissione delle specifiche conoscenze della psicologia – o, più in generale, delle discipline del lavoro – ai diversi livelli del sistema: a livello della collocazione sul luogo di lavoro (analisi delle mansioni funzionali, know-how di metodi di progettazione ergonomica, progettazione dell’interfaccia uomo-macchina); a livello del gruppo di progettazione (incentivazione motivazionale, processo decisionale, soluzione di conflitti, euristica); a livello organizzativo (appoggio della dirigenza, strategie di mutamenti organizzativi); a livello interorganizzativo (ricerca d’informazioni, gestione delle conoscenze). In effetti, c’è qui un bel po’ di terreno su cui lavorare per gli esperti di scienze del lavoro!

Emerge a questo punto una questione fondamentale, che riguarda i vari ruoli possibili per un esperto di scienze umane (psicologo, specialista di discipline del lavoro, ergonomo) nell’ambito del processo di progettazione. Dove, a che punto delle varie fasi di progettazione, dovrebbe entrare in gioco l’immissione di dati? Il fascino del teorema delle fasi consiste nel mettere a disposizione delle porte di decisione (Kjellén, 2003) a ciascuna soglia di transizione tra una fase e quella successiva e nell’offrire, in linea di massima, la possibilità di influenzare/ottimizzare la creazione di un progetto secondo un’ottica (di fruizione) umana.



Si possono distinguere tre diverse tipologie d’intervento: 1) un approccio ergonomico, basato sull’elemento umano, o approccio integrato; 2) un intervento intermittente alle soglie delle diverse porte decisionali; 3) un intervento a posteriori in seguito al manifestarsi di aspetti disfunzionali del progetto (de Montmollin, 1995).


Punto 1 – Approccio integrato. In questo modello di intervento l’esperto in scienze umane è un membro a pieno titolo del gruppo di progettazione fin dalla prima seduta di lavoro e ha quindi modo, durante l’intero processo di progettazione, di analizzare le future esigenze operative del sistema sotto progetto e di valutare le singole postazioni di lavoro in modo da migliorare la prevenzione degli infortuni, la salute e il benessere. Sarà opportuno adeguarsi, pertanto, alle norme codificate dall’ISO.


Punto 2 – Intervento intermittente. Secondo questo modello di intervento l’esperto in scienze umane può essere chiamato a partecipare all’esame valutativo di un prototipo, magari mediante l’uso di tecniche di simulazione. Esso offre l’auspicabile possibilità di far intervenire operatori o utenti finali esterni (esperti piloti, conducenti di mezzi di trasporto pubblico, addetti alle sale di controllo) al processo di valutazione di una fase progettuale critica.


Punto 3 – Intervento a posteriori. Può accadere che errori di progettazione di qualsiasi possibile natura non vengano individuati prima della messa in funzione del sistema. Si renderà pertanto necessario introdurre barriere (cioè elementi aggiuntivi), di natura tecnica o amministrativa/organizzativa dopo il verificarsi di un uso non funzionale del sistema, o di incidenti dovuti a carenze del sistema stesso.
Mentre in linea di principio la strategia dell'approccio integrato sembrerebbe la più auspicabile, l'esperienza in varie situazioni progettuali mostra che, all'inizio, la progettazione è spesso orientata verso l'aspetto esclusivamente tecnico. L'interesse per l'elemento umano interviene di solito solo nel corso di fasi successive, quando le decisioni di tipo tecnico avranno già posto molti blocchi a possibili migliorie da parte delle scienze umane. L'esperto di discipline del lavoro si riduce quindi a proporre, nel migliore dei casi, operazioni correttive di portata limitata. Nonostante che l'esigenza di principio sia quella del coinvolgimento secondo il metodo integrato, gli interventi intermittenti o a posteriori esercitano funzioni altrettanto importanti.
Come abbiamo visto, la progettazione va sempre intesa come pianificazione e proiezione verso un mondo futuro. Si tratta di un processo nel quale limitazioni e possibilità sempre nuove e diverse, in campo sia umano che tecnico, devono essere prese in considerazione per poter pervenire a nuove soluzioni.


Creatività nella progettazione

Se è vero che uno dei problemi cruciali della progettazione è quello di far coincidere il modello di oggetto/sistema da progettare proprio del progettista con il modello mentale proprio del fruitore finale – e con le sue esigenze e competenze – significa che la progettazione è essenzialmente un processo creativo di adeguata risoluzione di problemi. Con invariabile costanza le definizioni di creatività vertono su due aspetti: la novità/innovazione/originalità di soluzione di un sistema progettato e il valore aggiunto in termini di convenienza del prodotto/progetto in rapporto al suo uso e funzione.

Preparare la stesura di questo articolo è stata una piacevole occasione per rileggere la straordinaria opera di Max Wertheimer (1945) sul pensiero produttivo. In linea con la tradizione della psicologia della Gestalt, Wertheimer non tratta solo del pensiero creativo matematico e dei processi di risoluzione di problemi ma ricostruisce anche i processi di pensiero di Galileo e di Einstein, le teorie dei quali hanno rivoluzionato e ridisegnato la visione globale della fisica. Dimostra anche come il pensiero creativo possa ricoprire un ruolo significativo nella configurazione dei rapporti sociali.


L’esempio da lui citato dei due giocatori di volano può essere perfino considerato un modello di costruzione di rapporti sociali. Ci sono due ragazzini che giocano a volano di fronte alla finestra di Wertheimer: quello più grandicello è molto esperto del gioco, mentre il più piccolo è un principiante. Quindi il più grande continua a vincere fino a che il più piccolo, sconsolato, getta via la racchetta e smette di giocare. Costernazione del giocatore esperto. Dopo un certo tempo di riflessione critica, il ragazzino più grande spunta fuori con un’idea: “Cambiamo le regole del gioco e proviamo a contare quante volte noi due insieme riusciamo a lanciare la palla piumata oltre la rete!”. I due ragazzini riprendono il gioco interrotto, questa volta divertendosi tutti e due.

Una subitanea intuizione profonda della struttura fondamentale del rapporto sociale fra i due giocatori e un riassetto del precedente scopo finale del gioco hanno indotto ad una migliore pianificazione delle regole governanti l'interazione sociale nel gioco del volano. Evidentemente la nuova pianificazione si presentava più consona alle esigenze dei due fruitori. Sembra una forzatura eccessiva ritenere che la progettazione possa essere equiparata a quella classe di funzioni che in psicologia va sotto il nome di “processo di risoluzione di problemi”? Sicuramente no. Il radicale mutamento occorso nel caso dei due giocatori di volano è stato un drastico mutamento del sistema di riferimento nel quale il gioco era collocato. L'atto creativo è consistito nell'abbattere i confini spaziali del problema e nel ristrutturare il campo percettivo con le sue barriere (le regole), limiti d'attuazione delle potenzialità, opportunità possibili. La situazione si presentò dunque in modo diverso, con un valore aggiunto (migliore fruibilità) per i giocatori; in breve, la soluzione trovata fu il prodotto di un processo progettuale creativo in campo sociale.

Un'analisi teoretica del “campo di Lewin” si presta qui ad un'adeguata comprensione degli eventi. Wertheimer, abbastanza in linea con tale teoria, sostiene che le caratteristiche strutturali di una situazione problematica (cioè i vettori del campo e la loro direzione, intensità e forza) debbano condurre a operazioni e soluzioni tali da soddisfare le esigenze della situazione stessa. Le dinamiche di tale processo dipenderanno dal principio di potenzialità creativa e dalle diverse leggi governanti la corretta gestalt. Ma perché accade così sovente che i processi di pensiero e di risoluzione di problemi si sviluppino in modo talmente al di sotto del livello ottimale? Ecco la risposta di Wertheimer: la visione d'insieme della situazione del campo è spesso limitata oppure la sua ampia angolazione prospettica originaria si perde progressivamente nel corso del processo. Scadenze temporali forzate e eccesso di zelo possono indurre qualcuno a cedere alla tentazione di restringere il proprio interesse ai soli aspetti del problema che diano adito a scorciatoie e al troncamento al vertice della ricerca. Ragion per cui è importante considerare le forze del campo secondo un'ottica più ampia, comprendente sia quelle favorevoli che quelle avverse. È tuttavia altrettanto importante considerare i fini e le aspettative di chi è impegnato nella risoluzione di problemi quali forze componenti del campo, perché le motivazioni dell'ego rappresentano spesso forze controproducenti nella risoluzione di problemi.

Si potrebbe ulteriormente analizzare l'esempio dei giocatori di volano in base ad una serie di definizioni della creatività fornite dalla precedente letteratura sull'argomento. Rhodes (1961) ha identificato quattro punti focali di ricerca, detti le “quattro P”: 1) Persona (caratteristiche degli individui creativi; 2) Processo (caratteristiche dei processi creativi e di quelli di risoluzione di problemi); 3) Pressione (il contesto delle pressioni esercitate sulla creatività); 4) Prodotto (caratteristiche degli esiti del processo creativo).
Caratteristiche dei processi che favoriscono la creatività sembrano essere delle pratiche ibride, quali l'interazione di operazioni mentali e psicomotorie. Un esempio è rappresentato dagli schizzi eseguiti a mano (operazione psicomotoria) nel corso di attività progettuali assistite da computer (CAD) (operazione mentale; Hacker, 2003).


Il nostro dibattito sulla creatività è stato finora centrato sulla creatività individuale, relegando in uno spazio marginale condizioni ed effetti sociali. Solo la Amabile (1983), pur continuando a concentrare l'attenzione sull'individuo, colloca la sua teoria componentistica della creatività entro contesti sociali. Secondo la sua teoria, atti e prodotti sono creativi se, e solo se, sono giudicati tali da valutatori/giudici indipendenti e competenti ovvero persone aventi conoscenza del dominio in cui l'azione creativa ha luogo. Tre sono le componenti della creatività sulle quali si fonda il modello da lei proposto:



  • capacità pertinenti al dominio, che includono la comprensione dell'ambito contestuale, la conoscenza del know-how specifico del dominio, un approccio conoscitivo indagatorio e flessibile;

  • capacità pertinenti alla creatività, cioè attitudine al procedimento euristico nel trascendere sistemi di riferimento dati e frontiere di dominio;

  • motivazione, ovvero intrinseca spinta motivazionale all'impegno, come pure ragioni estrinseche di approvazione sociale.


L'esempio dei due giocatori di volano illustra egregiamente le componenti del modello di cui sopra.


Sviluppi recenti si aggiungono ai concetti di base di questa teoria e cercano di applicarli in contesti nei quali gruppi dal diverso retroterra professionale sono accorpati insieme per risolvere particolari problemi di identificazione delle esigenze di utenti e clienti attraverso sessioni di lavoro creativo (Maiden e Gizikis, 2003). Stiamo trattando qui dei fattori che favoriscono o che ostacolano la creatività. Le ipotesi (che strizzano l’occhio al comune buon senso!) espresse da Osborn (1957), che cioè la qualità e la quantità delle idee creative possano essere significativamente incrementate da gruppi praticanti il brainstorming, sono ancora ampiamente condivise negli ambienti dell’imprenditoria e delle consulenze, nonostante le prove contrarie fornite dalla ricerca.
Tali prove evidenziano che un calo notevole nella produttività è dovuto a strategie di risoluzione di problemi elaborate in gruppo: “Soggetti che hanno praticato il brainstorming a livello individuale hanno prodotto una quantità di idee significativamente maggiore di quanto non abbiano fatto i soggetti che hanno partecipato a sessioni di gruppo” (Diehl e Stroebe, 1987, pag. 504). I fattori tradizionalmente chiamati in causa per spiegare il fenomeno sono: il timore del giudizio (paura di essere negativamente giudicati dagli altri), il “free riding”(interessi individuali che scoraggiano l’impegno di gruppo) e il bloccaggio (limitazioni di tempo imposte ai singoli dal lavoro di gruppo). Basandosi sui risultati delle proprie ricerche sperimentali, Diehl e Stroebe (1987) sono arrivati alla conclusione di servirsi di brainstorming individuale e di lavoro di gruppo in sequenze differenziate: “Poiché il bloccaggio rallenta la creazione di idee all’interno di un gruppo, sarebbe più proficuo chiedere dapprima ai singoli soggetti di elaborare le proprie idee in sessioni individuali e in un secondo tempo di sottoporle a discussione e giudizio in una sessione di gruppo” (pag. 508).
Sulla stessa onda Hacker (2003), in un recente intervento al Congresso europeo del Lavoro e dell'Organizzazione (Lisbona, 2003), fa notare che la qualità di una prestazione cooperazionale dipende dalla natura dell'impegno assunto. La natura di un impegno progettuale nel campo dell'industria moderna è tale che “non può essere portato a termine individualmente, in quanto dominii eterogenei di conoscenza devono essere integrati in un'unica soluzione complessiva … Fasi diverse della risoluzione di problemi di progettazione possono trarre vantaggio da tipi diversi di cooperazione”. In altre parole, un calendario di alternanza ottimale di sessioni di creatività individuali e di gruppo dovrebbe essere programmato in base alla diversa natura delle esigenze che si presentano nel corso di fasi diverse del processo di progettazione.


Possiamo concludere le nostre riflessioni su progettazione e psicologia con un ulteriore esempio illustrativo del ruolo della personalità egemone nella risoluzione di problemi all'interno di un gruppo. Che l'atteggiamento di un “capo” possa aver effetto sulla qualità dei processi decisionali di un gruppo è un risultato ormai consolidato sia dalla ricerca sperimentale che dallo studio di situazioni reali. Janis (1972) dimostrò le conseguenze negative del pensiero di gruppo nell'elaborazione di importanti strategie politiche, perfino all'interno di gruppi dotati di ampia conoscenza specifica e di solida esperienza di piani d'azione politici. L'errata, catastrofica decisione di John F. Kennedy di far ricorso alla forza militare nella situazione della Baia dei Porci di Cuba rappresenta un caso classico in cui l'atteggiamento della persona più autorevole ha significativamente contribuito ad un esito decisionale disastroso. Tale affermazione si rivela particolarmente vera quando la personalità egemone favorisce una particolare soluzione e il suo comportamento – sia formale che informale – esercita pressioni verso un adeguamento conformistico e autocensorio. Il gruppo sviluppa così al suo interno un senso di inattaccabile onnipotenza. Di conseguenza, il pensiero produttivo viene ostacolato dall'azzeramento precoce di ipotesi di soluzione non ancora esaminate, dall'impoverimento del confronto/dibattito su opzioni alternative, da analisi di rischio scadenti e da inadeguata gestione delle informazioni.


Conclusioni

Di fronte al problema di inghiottire la balena o di esserne inghiottito, si è resa necessaria una drastica autolimitazione. Il che ha significato una copertura molto ridotta dei vari settori della progettazione, nonostante che il concetto di progettazione rappresenti un campo estremamente vasto, tradizionalmente considerato di esclusiva pertinenza degli ingegneri; tuttavia, anche la scelta esemplificativa limitata a tre soli domini di applicazione ha messo in evidenza l'importanza enorme della psicologia in qualsiasi attività progettuale.

Poiché le attività progettuali implicano impegni di risoluzione di problemi, la psicologia della creatività rappresenta in genere una componente di apporto fondamentale in qualsiasi processo di progettazione. Allo stesso modo la descrizione dei vari avvicendamenti naturali delle fasi progettuali mette in evidenza una vasta gamma di esigenze di specifiche competenze psicologiche provenienti dai vari livelli del sistema; dal livello individuale, da quello del gruppo di lavoro, dell’organizzazione, dell’interfaccia uomo-macchina e interorganizzativo. In particolare, dato che la progettazione richiede un processo decisionale ripartito fra gruppi di lavoro interdisciplinari, fattori interni ed esterni di natura sociopsicologica avranno il loro impatto su un’efficace ed efficiente progettazione.
Un’ulteriore dimostrazione è fornita dall’intrinseca necessità, per un progettista di successo, di pervenire alla comprensione delle aspettative e delle conoscenze dell’utente finale, in modo da far coincidere le caratteristiche del prodotto con quelle dell’utente: un compito realmente arduo, che richiede capacità empatiche e competenze specifiche in svariati campi. L’impegno nasce dalla necessità di evitare la psicopatologia dell’oggetto d’uso comune progettato male che spesso, anziché essere un genere di conforto, fa patire le pene dell’inferno a chi lo usa. Prendiamo infine in considerazione la progettazione di installazioni sociotecnologiche altamente complesse e ad alto rischio. L’ubiquitaria crescita di sistemi tecnologici su vasta scala lancia nuove sfide alla psicologia e alle discipline della sicurezza, in termini di sviluppo di teorie e di approcci metodologici, anche se alcuni nuclei di tali sviluppi si possono identificare fin da ora. Un’ulteriore, decisiva motivazione della scelta di esaminare gli aspetti progettuali di tali sistemi è stata tuttavia quella dell’importanza, da parte delle società, dell’inserimento di sistemi di sicurezza fin dalla progettazione iniziale di tali installazioni, onde offrire riscontro alle preoccupazioni per la salvaguardia dell’ambiente e a quelle per la salute e la sicurezza delle persone e delle organizzazioni. Qualsiasi tipo di progettazione, che rientri o meno in uno dei campi fin qui considerati, può essere metaforicamente rappresentato dalla balena. Tutto sommato, il massimo che uno possa sperare nell’affrontare tali argomenti, è di riuscire ad aggrapparsi a una o due delle natatoie di questo mammifero che solca le acque e che è oggi a rischio di estinzione.



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L’articolo è apparso originariamente in inglese su European Psychologist, 10 (3), 2005, con il titolo: Psychology and Design Processes. Tradotto e pubblicato su autorizzazione dell’Editore.


Traduzione di Letizia Matteucci



I link sono stati apposti dalla Redazione; i siti cui essi rimandano erano in atto al momento della pubblicazione dell'articolo.


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