Una misura del comportamento adattivo: le Vineland Adaptive Behavior Scales

Marco Giannini

Il comportamento adattivo
Nei primi decenni del Novecento, negli Stati Uniti, parallelamente agli studi sulla misura dell’intelligenza, venivano realizzati i primi studi sul comportamento adattivo, la funzione maggiormente compromessa nel disturbo di ritardo mentale. La misura dell’intelligenza (e di conseguenza del deficit mentale) tuttavia finì per dare un fondamentale impulso alla nascente psicologia scientifica (Alfred Binet nel 1905, insieme a Théodore Simon, pubblicò una prima versione della scala d’intelligenza: la Échelle métrique de l’intelligence; cfr. Binet e Simon, 1905, 1906, 1908, 1911, 1931) mentre il costrutto di comportamento adattivo (definito allora come competenza sociale e autosufficienza) venne perlopiù accantonato. Nacque così il concetto di quoziente intellettivo di rapporto (poi sostituito da Terman e Merrill nel 1960 dal quoziente intellettivo riferito alla deviazione standard) a cui seguì l’adattamento statunitense della scala Binet (Terman, 1916; Terman e Merrill, 1937, 1960, 1972; Thorndike, Hagen e Sattler, 1986a, 1986b).

Altri psicologi come Fay (1923, 1934) e Goodenough(1926) focalizzarono anch’essi i propri studi su un indicatore di abilità generale (il disegno infantile) con lo scopo di determinare, attraverso un’unica misura, il QI e l’eventuale deficit di natura intellettiva. Anche il lavoro di David Wechsler   (Wechsler, 1939, 1955, 1981, 1997), che aveva sintetizzato nel proprio costrutto di intelligenza i lavori dei fattorialisti, contribuì alla classificazione dei soggetti in normodotati e non normodotati (punti ponderati inferiori a 70).

In questo quadro generale di grande attenzione alla sola misura del QI alcuni Autori avevano però continuato ad interessarsi del comportamento adattivo e a ritenerlo un aspetto essenziale nella diagnosi di ritardo mentale (Tredgold, 1922; Doll, 1935, 1940, 1941, 1953, 1965).

Tuttavia fu solo negli anni Sessanta che l’American Association on Mental Deficiency (AAMD) – poi American Association on Mental Retardation (AAMR) – introdusse nella definizione di ritardo mentale anche il comportamento adattivo, indicandolo come dimensione da valutare, oltre l’intelligenza, nelle diagnosi di ritardo mentale. Da allora negli Stati Uniti si è progressivamente affermata la pratica della valutazione del comportamento adattivo (fra l’altro poco sensibile alle differenze culturali rispetto al QI), sia per la pianificazione di interventi riabilitativi che per favorire una migliore integrazione dei soggetti disabili (ad esempio: identificando programmi scolastici adatti).

   
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Marco Giannini

Psicologo e psicoterapeuta, è ricercatore di Psicologia Clinica presso la Scuola di Psicologia dell’Università degli Studi di Firenze, dove ha insegnato Test psicologici, Teorie e Tecniche dei Test e Metodologia della Ricerca. È membro di numerose società nazionali e internazionali e ha svolto attività didattica in numerosi corsi di formazione post universitaria e scuole di specializzazione in Italia e all’estero.

giannini@psico.unifi.it

   
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