Assessment delle minoranze e KABC-II

Elena Borselli,  Caterina Conti

Nel XXI secolo l'assessment delle minoranze continua a essere problematico come lo era nel XX, perché implica la ricerca di un punto di equilibrio tra:

  1. minoranze, che costituiscono una realtà composita poiché hanno specificità diverse, in quanto sono formate da gruppi di popolazione di appartenenza (nazionale, religiosa, linguistica) differente da quelle del sistema sociale cui afferiscono;
  2. livello di competenza della lingua del Paese di residenza. Quando si parla di minoranze linguistiche, si fa in riferimento a coloro che ottengono un punteggio nettamente inferiore ai diversi livelli di cut-off ai test di valutazione della lingua del Paese in cui vivono (Figueroa, 1990);
  3. livello di multiculturalismo, vale a dire la presenza simultanea di molteplici gruppi differenti per appartenenze culturali, territoriali e politiche in seguito alla maggiore mobilità delle persone e alle massicce migrazioni (Armour-Thomas, Gopaul-McNicol, 1998).

Nel corso della storia si è data grande importanza alla variabile linguistica e poca rilevanza a quella culturale, che richiede il riconoscimento del fenomeno del multiculturalismo e della necessità di trovare un modo per affrontare i problemi che ne conseguono.
Le criticità che lo psicologo clinico deve affrontare oggi sono fondamentalmente due: come si possono misurare le abilità se le persone non padroneggiano la lingua in cui è posta la domanda (variabile linguistica)? Come valutare l'intelligenza senza fare riferimento alle conoscenze scolastiche o a usi e costumi del contesto in cui avviene l'assessment (variabile culturale)1?
Da qui i diversi problemi che hanno accompagnato la questione dell'assessment di questi soggetti, tra cui le differenti realtà sociali, politiche ed economiche con cui i membri di questi gruppi si confrontano, le possibilità educative loro date e la realtà socioeconomica in cui sono inseriti.

Primi problemi

Fin dall'inizio del secolo scorso sono emersi alcuni aspetti problematici conseguenti all'impiego di test con soggetti che appartenevano a minoranze linguistiche e culturali. Quanto avvenuto con la selezione degli immigranti ai primi del Novecento a Ellis Island (USA) e poi nel corso della Prima guerra mondiale è un ottimo esempio.

Knox (1914, p. 742), medico che lavorava a Ellis Island, precisava:

"[...] si cercano parametri più oggettivi e prove che siano facili da eseguire, forniscano un risultato immediato e che risentano solo in minima parte delle barriere linguistiche e culturali. [...] Le prove di performance, in particolare, non dipendono da nessuna esperienza precedente, ma la capacità di eseguirle si basa su una capacità ereditaria o innata di superare piccoli ostacoli [...] e sono appropriati sia per una persona che ha ricevuto un'educazione sia per l'analfabeta". A un'analoga conclusione pervengono anche gli psicologi che si occupano della selezione delle reclute: l'Army Alpha non permette di diagnosticare l'alta percentuale di analfabeti e di soggetti non madrelingua tra le reclute, per cui è necessario sviluppare l'Army Beta, che è il precursore degli attuali test di performance o test non-verbali e comprende prove come Labirinti, Completamento di figure e Costruzioni geometriche, che non richiedono grande familiarità con l'inglese.

Nonostante il numero esiguo di ricerche condotte, nei primi decenni del secolo scorso2 sono pubblicati i lavori di alcuni Autori che spostano l'attenzione dalla misurazione delle differenze individuali e dagli sconfortanti risultati ottenuti ai test alle possibili cause sottese, mettendo in discussione i risultati ottenuti con strumenti quali, ad esempio, la Stanford-Binet (Terman e Merrill, 1916, 1937).

1 L'utilità dei test standardizzati dipende da quanto sono attuali le norme e dalla misura in cui il gruppo normativo è rappresentativo della popolazione con cui è stato impiegato. In effetti, se si interpretano i risultati di un soggetto senza tenere conto che il suo background culturale e linguistico non è adeguatamente rappresentato nel gruppo normativo, è facile incorrere in errori di valutazione.
2 La prima ricerca di cui si ha notizia che valuta le differenze intellettive tra bianchi e neri è del 1913 (Strong, 1913. cit. in Guthrie, 1976). L’anno successivo (1914) compare un’altra ricerca cross-racial condotta da Phillips (Valencia, Suzuki, 2001).

   
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Elena Borselli

Psicologa e psicoterapeuta, è docente a contratto presso la Facoltà di Psicologia dell’Università della Valle d’Aosta e dell’Università di Milano-Bicocca. È membro associato dell’Associazione per la Ricerca in Psicologia clinica (A.R.P.) di Milano.

elena_berselli@fastwebnet.it

   
 

Caterina Conti

Psicologa e psicodiagnosta, è membro associato dell’Associazione per la Ricerca in Psicologia clinica (A.R.P.) di Milano e coordina il servizio “Difficoltà di apprendimento e problemi cognitivi”.

cateconti@alice.it

   
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