Complessità della psicopatia e utilizzo del PPI-R

Sarah La Marca

In questi ultimi anni, nell'ambito delle attività di ricerca della Cattedra di Psicologia Clinica dell'Università di Parma, si è dato vita a una serie di progetti i quali permetteranno di approfondire svariati aspetti che vanno a costituire il costrutto della personalità antisociale.
Il PPI-R (Psychopathic Personality Inventory-Revised), di Scott O. Lilienfeld, è uno strumento che consente di avere una conoscenza più approfondita e specifica della misurazione dei tratti antisociali.
L'argomento scelto non è certamente di facile trattazione: sono infatti molti gli interrogativi che attendono ancora una precisa risposta e verifica. In campo clinico non esiste ancora un accordo su cosa rappresenti chiaramente la psicopatia, o più precisamente quali criteri siano ammessi senza riserve e quali invece non accettati all'unanimità.
Lo studio della psicopatia è diventato particolarmente significativo a partire dagli inizi del Novecento, quando la psicologia ha potuto dare interessanti contributi alla psichiatria e alla criminologia, fornendo una serie di informazioni sempre più dettagliate su questo tipo di soggetti: caratteristiche di personalità, dinamiche psicologiche, abilità  cognitive e aspetti comportamentali. Ciò è di estrema utilità quando si è chiamati a emettere una sentenza sulla capacità di intendere e di volere del reo. La definizione della pena che accompagna l'emissione del giudizio da parte del magistrato sarà tanto più adeguata quanto più attenta sarà stata la perizia. Ne consegue una più agevole definizione e programmazione delle linee guida dell'eventuale intervento terapeutico, rendendolo il più tempestivo ed efficace possibile. Questo permette all'individuo che ha commesso un reato di riacquistare o acquisire per la prima volta identità e competenze, che gli permettano di raggiungere e mantenere un adeguato reinserimento nella società, come viene sancito nell'art. 27 della Costituzione italiana.
Molti fra psicologi e psichiatri hanno cercato di fare una descrizione del soggetto. Schneider (2005) descriveva queste persone come "individui che soffrono della loro anormalità , o della cui anormalità soffre la società". Molti studi hanno dimostrato come invece la sofferenza verso la loro anormalità  non ha niente a che vedere con il profilo dello psicopatico.
Come sottolineano Lilienfeld e Widows (2005): "Research calls into question the claim that psychopathy and anxiety are negatively correlated".

Gli psicopatici sono caratterizzati da un' assenza di sentimenti, lo psicopatico sente poco se non nulla. Può compiere le azioni più agghiaccianti e richiamarle alla memoria senza provare alcun rimorso. Ha una capacità di amare deformata e le sue relazioni affettive, anche le più intime, se esistono sono misere, fugaci e mirate a un solo obiettivo: l'appagamento dei suoi desideri. Kernberg (1988, in Gabbard, 2002), durante la sua attività clinica svolta con pazienti ambulatoriali e ricoverati, descrive la psicopatia come una variante primitiva del Disturbo Narcisistico di Personalità. Secondo Kernberg gli psicopatici presentano una organizzazione di personalità fondamentalmente "al limite", in quanto:

  • utilizzano difese piuttosto primitive come la scissione, la proiezione, lo spostamento e l'identificazione primitiva;
  • le relazioni d'oggetto interne sono altamente patologiche: questi soggetti sono spesso tormentati dalla noia e dal senso di vuoto;
  • l'invidia preclude le relazioni interpersonali;
  • queste persone sono manipolative e affascinanti; il loro scopo principale è la distruzione simbolica degli altri, l'umiliazione e il loro dominio;
  • la ricerca oggettuale è protratta alla soddisfazione di un bisogno aggressivo di dominare;
  • una particolare forma di scissione porta a una discontinuità nella rappresentazione di Sé.

Questo li porta al disconoscimento del loro comportamento passato.

Sempre da una prospettiva psicodinamica, Meloy (1988, in Gabbard, 2002) utilizzava il termine psicopatico per descrivere quegli individui senza empatia, con uno stile relazionale sadomasochistico fondato sul potere. Pearson (1986, in Gabbard 2002) lo descrive come un disturbo degli impulsi in cui l'immediato sollievo dell'ansia è più importante di qualsiasi conseguenza a lungo termine. Lo psicopatico è quindi un individuo non esplicitamente psicotico, ma il cui comportamento è così caotico e poco in sintonia con le richieste della società, che è possibile inferirne una psicosi al di là  delle apparenze.

   
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Sarah La Marca

Psicologa e psicoterapeuta, è professore a contratto presso l’Università di Pavia. Psicologa forense, da anni svolge attività di ricerca nel campo dei disturbi di personalità.

s.lamarca@alice.it

   
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